Carnevale: la puce, la pipì e la cacca finta

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Il carnevale è una festa che non mi ha mai fatto impazzire, a parte i primi anni dell’infanzia, quando naturalmente mi piaceva un sacco travestirmi (o immascherarmi, come diceva la mia nonna). Però il giochino ideato da Silvia di Trippandoè carino, e raccolgo volentieri il suo invito raccontandovi una maschera, uno scherzo e un aneddoto relativi al carnevale, tutti accomunati da una lettera, la P.
Maschera: la Puce
La Puce forse non la conosce nessuno a parte qualche livornese di buona memoria, è una maschera popolare ormai dimenticata, che rispecchia molto il carattere di Livorno e dei suoi abitanti, gente abituata alla miseria e a fare di necessità virtù (un giorno magari vi racconto anche la storia della minestra sui discorsi e della minestra sul sasso). La Puce sarebbe la pulce, l’animaletto parassita, e per mascherarsi da Puce basta un lenzuolo o una camicia da notte bianca della nonna, una berretta da notte sempre bianca e un mestolo di legno che serve a grattarsi e scacciare le pulci. Tutte cose facili da reperire una volta, e anche oggi tranne la berretta, ormai sparita dai corredi, che la mia nonna sostituiva con una t-shirt del mio babbo arrotolata in testa tipo turbante. Poi mi sbatteva fuori di casa e mi mandava a spuciare Livorno.
Aneddoto: la Pipì
Come vi dicevo all’inizio il carnevale mi piaceva, tutto è cambiato dopo un drammatico Carnevale di Viareggio in compagnia delle mie cugine più grandi. Io avevo 8 anni, eravamo senza genitori (urrà) ma eravamo capitanate e controllate da Benedetta, la cugina maggiore con i suoi 15 anni, una che anche a 10 anni era compita, responsabile e severa come una cinquantenne, cioè una rompipalle (Bene, se leggi sappi che ti voglio bene ma da piccina rompevi le palle davvero).
Andammo tutte allegramente al carnevale di Viareggio, io con la mia bella mascherina da Puce che nessuno capiva che roba era, le altre 2 cugine addobbate da damine o da paralumi, Benedetta in borghese perché è molto seria. Passeggiamo sul lungomare, seguiamo i carri, tiriamo i coriandoli e via dicendo, ma dopo un po’ mi scappa la pipì. All’epoca non c’erano i bagni chimici in giro, e quella nazista del buon gusto di mia cugina non mi ha permesso di fare pipì nascosta in un vicolo dietro a una macchina, e non mi ricordo perché ma non ho potuto farla neanche in un bar. Insomma per farla breve tutto si riduce al dramma della pipì trattenuta per quella che mi è sembrata un’eternità, e che non mi ha fatto godere per niente la festa perché pensavo solo a dove e quando avrei potuto farla, sono rimasta traumatizzata. Per la cronaca alla fine ho fatto pipì solo ore dopo nel bagno lurido della stazione di Viareggio, che tanto valeva farla dietro a una macchina.
 
Scherzo: la Popò
La mia nonna Renè adora fare scherzi, è diabolica nel senso che ci prova gusto a fartici rimanere veramente male. Se scopre il tuo tallone di Achille è finita. Il mio tallone di Achille da piccola era la cacca di plastica, che secondo me era vera, e mi faceva talmente schifo che non volevo neanche avvicinarmici e notare che era finta. Nonna me la faceva trovare tra le coperte del letto ogni volta che andavo a dormire da lei, e io ci cascavo sempre e piangevo disperata. Anni dopo mi ha confessato che anche se si sentiva un po’ in colpa ci provava troppo gusto a vedere la mia reazione da sceneggiata napoletana e continuava a mettermi quella dannata cacca finta nel letto.

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